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Meglio tardi che mai: Kobe è l’MVP

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Kobe Bryant riceve il premio di miglior giocatore della stagione 2007/08


07Mag2008
Articolo scritto da Junio C. Murgia - in Awards

Per quello che può contare un premio che ha visto Steve Nash vincitore (e per ben due volte) e mai Jerry West, Elgin Baylor o Isiah Thomas, l’MVP quest’anno è ufficialmente appannaggio di Kobe Bryant. Un’attesa lunga e snervante, ben dodici anni dal suo ingresso nel pianeta NBA: soltanto Karl Malone ha dovuto aspettare così tanto. Non che ci fosse bisogno di tale consacrazione, in fondo, per sapere che l’asso dei Lakers è il più forte cestista al mondo, ma la smorfia con cui Kobe ha risposto in conferenza stampa a chi gli ha chiesto se avesse ormai messo una pietra sopra sul trofeo intitolato a Maurice Podoloff la dice lunga su quanto ci tenesse. Le damigelle d’onore in classifica di Bryant sono nientemeno che, rispettivamente, Chris Paul, Kevin Garnett e LeBron James. Tutti e tre autori di una stagione da incorniciare, ma giustamente sacrificati sull’altare del rito riparatorio in onore del Dio Kobe. KG del resto si è già fregiato del gagliardetto nel 2004, gli altri due non tarderanno molto a fare altrettanto.

Il ritardo si spiega con diverse motivazioni. Negli anni d’oro della dinastia Lakers all’inizio del secolo XXI, Kobe ha sempre vissuto all’ombra del Big Cactus Shaquille O’Neal. Una volta andato via Shaq, il declino lacustre nella gerarchia della Lega venne preso a pretesto dai giurati per ignorare un giocatore sempre strabiliante nelle prestazioni individuali. Esemplare il caso del 2006, stagione condita dai celebri 81 punti contro Toronto, che vide Kobe preceduto tra gli altri da un Nash molto meno esplosivo di quello che aveva messo tutti d’accordo nel 2005. La dimensione umana poi non aiutò molto: Bryant è sempre stato visto come l’emblema della star egocentrica e accentratrice, ben oltre l’effettiva realtà delle cose. Senza contare che le note traversie giudiziare in Colorado gli alienarono le simpatie del “moralizzatore del quartierino” David Stern.

Tutto è cambiato in una stagione che Bryant pensava avrebbe vissuto altrove, possibilmente a Chicago. Meno punti segnati, più assist e rimbalzi, il ritorno dei Lakers nel gotha dei papabili per l’anello, una leadership autorevole nello spogliatoio. Ma l’MVP non è che una tappa verso il vero obiettivo di Kobe: un nuovo anello, stavolta libero dall’ingombrante giogo di O’Neal.

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