Magro lo era. Magra la sua carriera è stata. Eppure Ralph Sampson (7-4) incantò gli States per tutta la durata del suo quadriennio collegiale speso alla University of Virginia, ottenenendo il prestigioso Naismith Award as the National Player of the Year per 3 volte, impresa riuscita prima di lui al solo Bill Walton di UCLA. Nel 1981, da sophomore, riuscì a condurre il suo ateneo fino alle Final Four. Splendente di luce propria, Sampson balzò spesso sull’ambita copertina di Sports Illustrated che di rado ha concesso spazio a meteore; in aggiunta, la maniera di tenere il campo di questo centro di appena un quintale distribuito in 2,24 metri di altezza colpì gli addetti ai lavori che, in prossimità dell’estate del 1983, previdero il radioso destino di Ralph.
Fu infatti scelto al numero 1 assoluto dai fortunati Houston Rockets che poterono avvalersi di una lotteria a loro così favorevole anche l’anno seguente, quando si affacciò alla NBA un nugolo di rookies dal talento indiscusso: secondo l’allora general manager del team texano, il primo per futuribilità era Akeem Olajuwon (7-0). Nacquero le “Twin Towers” e con loro un nuovo sistema di gioco che costrinse gli avversari a studiare ingegnose difese capaci di arginare le lunghe leve delle due stelle. Aggiunta una H al proprio nome di battesimo, il nigeriano cominciò ad incasellare una serie di risultati costellanti la sua leggenda acuita dalla conquista di 2 titoli (1993-94 e 1994-95) sotto Rudy Tomjanovich, sempre in maglia Rockets. Al contrario, Sampson non modificò la propria identità, piuttosto talvolta si improvvisò point guard spiazzando i cultori del basket: ammirare un lungo, davvero lungo, portare palla con destrezza era travolgente, come i numeri racimolati nella stagione di esordio che valsero al prodotto di Virginia l’ennesimo trofeo (NBA Rookie of the Year). I tifosi si abituarono presto al caldo clima dei playoffs e a Houston nulla pareva poter arrestare quest’ascesa rivoluzionaria. In posizione di power forward, per permettere ad Olajuwon di affinarsi come stoppatore (attualmente questi è il leader NBA di ogni epoca per questa categoria) sotto il tabellone, Ralph potè esprimersi al meglio addirittura portando con un canestro allo scadere il team di Houston alla sua seconda finale, poi persa 4-2 contro i Celtics di K.C. Jones. Dopodiché il declino improvviso.
Per problemi cronici alle ginocchia, l’atipico gigante dovette cedere il passo e defilarsi: la sua stella si opacizzò e in breve uscì dall’olimpo. Fu ceduto a stagione in corso ai Golden State Warriors dove, nella stagione 1987-88, giocò 33,0 minuti di media per 29 gare, di cui 25 da starter: segnò 15,4 punti a partita e raccolse (catturare per uno della sua stazza sarebbe un termine inopportuno) 10,0 rimbalzi. L’anno successivo i Warriors centrarono i playoffs e vennero sconfitti 4-1 dai Phoenix Suns nelle semifinali della Western Conference. L’apporto di Sampson tuttavia calò drasticamente: ai 6,4 punti aggiunse 5,0 rimbalzi in poco più di un quarto d’ora di utilizzo. Da qui il passaggio ai Sacramento Kings che gli garantirono per un biennio un ruolo marginale. La sua ultima destinazione pro fu Washington, squadra in cui Ralph militò per una sola stagione, la nona. Da quando lasciò Houston, la sua presenza in campo, assieme alla produttività offensiva, subì una riduzione che lo portò, neanche 32enne, a togliersi di dosso la canotta. In seguito provò ad allenare a livelli minori con risultati insoddisfacenti. Scomparso dalla circolazione, è tornato alla ribalta, purtroppo per lui, per questioni giudiziarie. E pensare che chiunque, a cavallo degli anni ‘80, aveva scommesso su Ralph Sampson.



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